La classificazione del folklore
Verso la fine dell’800 i folkloristi dell’Europa nord-occidentale si resero conto che lo studio del folklore doveva assumere una dimensione internazionale, in quanto l’oggetto stesso della disciplina aveva una distribuzione internazionale. Mentre l’interesse per il folklore locale era stato stimolato dai sentimenti nazionalistici legati ad alcune correnti del romanticismo, ormai ci si rendeva conto che la maggior parte del folklore non conosceva confini nazionali.
Per facilitare la cooperazione internazionale, un gruppo di eminenti studiosi si riunì nel 1907 per costituire un’organizzazione designata con la sigla FF (Folklore Fellows in inglese, Fédération des Folkloristes in francese, ecc.). Data l’imponente quantità di materiale folkloristico raccolto, si poneva il problema della sua classificazione. L’istituzione di archivi richiedeva che il materiale folkloristico fosse classificato in base a un criterio – ad esempio per generi o sottogeneri – al fine di schedarlo in modo ordinato, rendendone agevole la consultazione. Antti Aarne (1867-1925) preparò un indice tipologico dei racconti popolari, basato in parte sulla raccolta dei fratelli Grimm, sui materiali dell’archivio del folklore danese, sulla documentazione contenuta negli archivi della Società Letteraria Finnica, nonché su altre raccolte di racconti popolari dell’Europa nord-occidentale. Questo catalogo, che apparve nel 1910, considerava ogni tipo di racconto un’entità distinta, e si basava su un sistema di classificazione tripartito: favole che hanno per protagonisti animali (da 1 a 299), racconti popolari ordinari, incluse le fiabe (da 300 a 1.199), aneddoti e barzellette (da 1.200 a 1.999).
La pubblicazione del catalogo di Aarne stimolò altri studiosi europei a costruire analoghi indici tipologici regionali o nazionali. La comunità internazionale degli studiosi di folklore comprese la necessità di una revisione del lavoro di Aarne, al fine di incorporarvi le tipologie registrate in questi indici, revisione che sarà realizzata dallo studioso americano Stith Thompson (1885-1976) nel 1928. Da allora, i racconti popolari europei sono indicati convenzionalmente con il numero con cui figurano nella tipologia di Aarne-Thompson.
Esiste un sistema di classificazione valido per i racconti popolari di tutto il mondo, basato sul concetto di motivo. Un motivo può essere un personaggio, un soggetto, o un evento di un racconto popolare. Thompson pubblicò un Motif-index of folk-literature in sei volumi (1932-1936; un’edizione riveduta dell’opera apparve nel 1955-1958). Si tratta di una “classificazione degli elementi narrativi di racconti popolari, ballate, miti, favole, romanzi medievali, exempla, fabliaux, raccolte di celie, leggende locali”. A differenza dell’indice tipologico, che riguarda esclusivamente i racconti popolari, l’indice dei motivi include altri generi di narrativa, come i miti e le leggende.
La ricerca di principi generali
Alcuni studiosi di folklore hanno cercato di formulare una serie di principi generali applicabili al folklore di qualunque parte del mondo.
Un primo esempio è il tentativo di definire la sequenza degli episodi che caratterizzano la biografia dell’eroe nelle culture indoeuropee. Johann Georg von Hahn (1811-1869) analizzando le biografie di Perseo, Ercole, Edipo e di undici altri eroi leggendari, individuò uno schema biografico basato su 16 eventi, che definì “formula ariana dell’espulsione e del ritorno”.
Nel 1936 Lord Raglan si servì delle biografie di 21 eroi per costruire uno schema basato su 22 episodi. Tra le caratteristiche comuni a questi diversi modelli biografici vi sono: la verginità della madre, il concepimento inusuale, una profezia che mette in guardia contro il nascituro, l’abbandono dell’eroe che viene allevato da genitori adottivi in un paese lontano, il suo ritorno in patria per sconfiggere il persecutore originario (un re, un gigante o un dragone) e infine il matrimonio con una principessa. Lo schema di Raglan sembra potersi applicare a parecchi eroi indoeuropei, ma non a quelli di altre aree culturali, ad esempio quelli degli Indiani d’America. In altre parole, tale schema può costituire un principio generale valido per le biografie degli eroi indoeuropei, ma non è universale. Raglan sosteneva che tale schema dimostra il carattere fittizio delle biografie degli eroi (è impossibile che tutti abbiano avuto biografie identiche). Per quanto gli eroi stessi possano essere stati personaggi storici, nella narrazione folkloristica le loro biografie sono state alterate per adattarle allo schema. Egli riteneva che lo schema biografico da lui descritto derivasse da un antico rituale, ossia da un regicidio rituale.
Otto Rank propose un’interpretazione basata sulla teoria freudiana del complesso d’Edipo. Secondo Rank, la nascita dell’eroe da madre vergine costituisce un ripudio totale del padre (e del suo ruolo procreativo). Inoltre il tentativo del padre di sbarazzarsi del nuovo nato è un esempio di quella che oggi verrebbe definita inversione proiettiva. Infatti nella teoria edipica classica, è il figlio che vuole uccidere il padre ma poiché questo è un tabù, nel folklore è sempre il padre che cerca di uccidere il figlio. Ciò libera il figlio da ogni senso di colpa: quando egli uccide il padre o il padre putativo (re, gigante, drago), lo fa per autodifesa.
Quanto al tema degli schemi narrativi, occorre menzionare l’importante scoperta dello studioso russo Vladimir Propp (1895-1970). In Morfologia della fiaba (1928) Propp ha analizzato un campione di 100 fiabe russe, dimostrando che esse si basano su una sequenza prevedibile di 31 unità di azione drammatica, da lui definite funzioni. Non tutte le fiabe contenevano le 31 funzioni al completo, ma quelle presenti seguivano invariabilmente lo stesso ordine o sequenza. La conclusione di Propp è che tutte le fiabe appartengono a un unico tipo strutturale, basato sullo stesso schema di successione. Il corpus analizzato da Propp si limitava alle fiabe russe ma queste, nella maggior parte dei casi, rientrano nella tipologia internazionale secondo il sistema di classificazione di Aarne-Thompson. Ciò indica che le conclusioni di Propp si possono applicare alle fiabe di altre culture indoeuropee ma non sono valide per i racconti popolari di altre aree culturali, ad esempio quelli degli Indiani dell’America. Pertanto sarebbe errato considerare la sequenza delle 31 funzioni di Propp come un principio generale.
Il folklore come riflesso della cultura
La maggior parte degli studiosi di folklore non si preoccupa di individuare principi generali ma aderisce al relativismo culturale, secondo cui ogni singola cultura costituisce un’entità distinta e incomparabile, dotata di caratteristiche uniche. Per un ricercatore che lavora esclusivamente nel contesto di una singola cultura, è quasi impossibile formulare un’ipotesi transculturale.
La scelta di concentrare l’attenzione su una singola cultura alla volta è dovuta in parte a Franz Boas (1858-1942). Egli riteneva che il folklore fosse il riflesso di una cultura, e poiché era convinto che le culture degli indigeni americani fossero in via di estinzione, si dedicò attivamente alla raccolta del folklore di varie tribù. A suo avviso il folklore è il riflesso di una cultura in via di estinzione o pressoché estinta, di conseguenza esisterebbe un rapporto biunivoco tra folklore e cultura: un determinato tratto presente in una cultura si troverebbe “registrato” nel suo folklore. Boas riuscì a ottenere la preziosa collaborazione di alcuni indigeni istruiti allo scopo di preservare il loro folklore, prevenendo così l’inevitabile distorsione inerente alla ricerca sul campo condotta da osservatori esterni.
Dopo Boas la maggior parte degli antropologi ha continuato a interpretare il folklore in modo letterale piuttosto che simbolico, ossia come riflesso diretto di una data cultura. Nella maggior parte dei casi il mito è l’unico genere preso in considerazione, escludendo tutti gli altri e l’organizzazione sociale costituisce la caratteristica culturale cui si presta primariamente attenzione.
Folklore e psicologia
È evidente che il folklore, in quanto espressione della fantasia, contiene spesso riferimenti a eventi che non si verificano nella realtà di una determinata cultura. Nei racconti popolari che hanno per protagonisti furfanti e ribaldi spesso questi personaggi infrangono tabù di varia natura. Gran parte del folklore ha contenuti fantastici che ricordano quelli dei sogni. Se si accetta l’idea che nel folklore trovino espressione le illusioni si può capire perché eroi ed eroine riescano dove fratelli e sorelle falliscono (una chiara espressione della rivalità tra fratelli). Analogamente, il tema della regina o della matrigna cattiva che cerca di uccidere l’eroina, comune a tante fiabe, può essere interpretato – in base alla teoria freudiana del complesso di Elettra – come un’inversione proiettiva: in realtà è la fanciulla che desidera sbarazzarsi della madre, così come nei racconti con un protagonista maschile, è il giovane che desidera eliminare il padre. Il pensiero tabù è espresso attraverso un’inversione di ruoli in cui è la madre ad aggredire la figlia.
Si potrebbe mettere in discussione la legittimità di considerare la matrigna come un sostituto simbolico della madre biologica dell’eroina. Per rispondere a questa obiezione si può far riferimento alla versione originale della fiaba di Hansel e Gretel, raccolta dai fratelli Grimm, in cui era la madre che decideva di abbandonare i figli nella foresta. I Grimm ritennero troppo snaturato un comportamento simile da parte di una madre e decisero di sostituire il personaggio con quello di una matrigna, convinti che tale crudeltà compiuta da una matrigna sarebbe risultata più accettabile ai lettori.
La maggior parte dei racconti dei fratelli Grimm sono testi compositi, compilazioni sintetiche che mettono insieme pezzi e frammenti di differenti versioni; molti studiosi hanno utilizzato le versioni adulterate dei Grimm come punto di partenza per le loro analisi. È questo uno dei motivi per cui gli studiosi del folklore preferiscono basarsi su testi trasmessi oralmente e raccolti attraverso la ricerca sul campo, piuttosto che su quelli letterari riscritti e quindi alterati.