Fiabe&Folklore

“Non è mai solo una storia. È sempre un’espansione della vita: un’ombra, uno specchio, una speranza... un ricordo?”

La ricerca continua…

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La classificazione del folklore

Verso la fine dell’800 i folkloristi dell’Europa nord-occidentale si resero conto che lo studio del folklore doveva assumere una dimensione internazionale, in quanto l’oggetto stesso della disciplina aveva una distribuzione internazionale. Mentre l’interesse per il folklore locale era stato stimolato dai sentimenti nazionalistici legati ad alcune correnti del romanticismo, ormai ci si rendeva conto che la maggior parte del folklore non conosceva confini nazionali.

Per facilitare la cooperazione internazionale, un gruppo di eminenti studiosi si riunì nel 1907 per costituire un’organizzazione designata con la sigla FF (Folklore Fellows in inglese, Fédération des Folkloristes in francese, ecc.). Data l’imponente quantità di materiale folkloristico raccolto, si poneva il problema della sua classificazione. L’istituzione di archivi richiedeva che il materiale folkloristico fosse classificato in base a un criterio – ad esempio per generi o sottogeneri – al fine di schedarlo in modo ordinato, rendendone agevole la consultazione. Antti Aarne (1867-1925) preparò un indice tipologico dei racconti popolari, basato in parte sulla raccolta dei fratelli Grimm, sui materiali dell’archivio del folklore danese, sulla documentazione contenuta negli archivi della Società Letteraria Finnica, nonché su altre raccolte di racconti popolari dell’Europa nord-occidentale. Questo catalogo, che apparve nel 1910, considerava ogni tipo di racconto un’entità distinta, e si basava su un sistema di classificazione tripartito: favole che hanno per protagonisti animali (da 1 a 299), racconti popolari ordinari, incluse le fiabe (da 300 a 1.199), aneddoti e barzellette (da 1.200 a 1.999).

La pubblicazione del catalogo di Aarne stimolò altri studiosi europei a costruire analoghi indici tipologici regionali o nazionali. La comunità internazionale degli studiosi di folklore comprese la necessità di una revisione del lavoro di Aarne, al fine di incorporarvi le tipologie registrate in questi indici, revisione che sarà realizzata dallo studioso americano Stith Thompson (1885-1976) nel 1928. Da allora, i racconti popolari europei sono indicati convenzionalmente con il numero con cui figurano nella tipologia di Aarne-Thompson.

Esiste un sistema di classificazione valido per i racconti popolari di tutto il mondo, basato sul concetto di motivo. Un motivo può essere un personaggio, un soggetto, o un evento di un racconto popolare. Thompson pubblicò un Motif-index of folk-literature in sei volumi (1932-1936; un’edizione riveduta dell’opera apparve nel 1955-1958). Si tratta di una “classificazione degli elementi narrativi di racconti popolari, ballate, miti, favole, romanzi medievali, exempla, fabliaux, raccolte di celie, leggende locali”. A differenza dell’indice tipologico, che riguarda esclusivamente i racconti popolari, l’indice dei motivi include altri generi di narrativa, come i miti e le leggende.


La ricerca di principi generali

Alcuni studiosi di folklore hanno cercato di formulare una serie di principi generali applicabili al folklore di qualunque parte del mondo.

Un primo esempio è il tentativo di definire la sequenza degli episodi che caratterizzano la biografia dell’eroe nelle culture indoeuropee. Johann Georg von Hahn (1811-1869) analizzando le biografie di Perseo, Ercole, Edipo e di undici altri eroi leggendari, individuò uno schema biografico basato su 16 eventi, che definì “formula ariana dell’espulsione e del ritorno”.

Nel 1936 Lord Raglan si servì delle biografie di 21 eroi per costruire uno schema basato su 22 episodi. Tra le caratteristiche comuni a questi diversi modelli biografici vi sono: la verginità della madre, il concepimento inusuale, una profezia che mette in guardia contro il nascituro, l’abbandono dell’eroe che viene allevato da genitori adottivi in un paese lontano, il suo ritorno in patria per sconfiggere il persecutore originario (un re, un gigante o un dragone) e infine il matrimonio con una principessa. Lo schema di Raglan sembra potersi applicare a parecchi eroi indoeuropei, ma non a quelli di altre aree culturali, ad esempio quelli degli Indiani d’America. In altre parole, tale schema può costituire un principio generale valido per le biografie degli eroi indoeuropei, ma non è universale. Raglan sosteneva che tale schema dimostra il carattere fittizio delle biografie degli eroi (è impossibile che tutti abbiano avuto biografie identiche). Per quanto gli eroi stessi possano essere stati personaggi storici, nella narrazione folkloristica le loro biografie sono state alterate per adattarle allo schema. Egli riteneva che lo schema biografico da lui descritto derivasse da un antico rituale, ossia da un regicidio rituale.

Otto Rank propose un’interpretazione basata sulla teoria freudiana del complesso d’Edipo. Secondo Rank, la nascita dell’eroe da madre vergine costituisce un ripudio totale del padre (e del suo ruolo procreativo). Inoltre il tentativo del padre di sbarazzarsi del nuovo nato è un esempio di quella che oggi verrebbe definita inversione proiettiva. Infatti nella teoria edipica classica, è il figlio che vuole uccidere il padre ma poiché questo è un tabù, nel folklore è sempre il padre che cerca di uccidere il figlio. Ciò libera il figlio da ogni senso di colpa: quando egli uccide il padre o il padre putativo (re, gigante, drago), lo fa per autodifesa.

Quanto al tema degli schemi narrativi, occorre menzionare l’importante scoperta dello studioso russo Vladimir Propp (1895-1970). In Morfologia della fiaba (1928) Propp ha analizzato un campione di 100 fiabe russe, dimostrando che esse si basano su una sequenza prevedibile di 31 unità di azione drammatica, da lui definite funzioni. Non tutte le fiabe contenevano le 31 funzioni al completo, ma quelle presenti seguivano invariabilmente lo stesso ordine o sequenza. La conclusione di Propp è che tutte le fiabe appartengono a un unico tipo strutturale, basato sullo stesso schema di successione. Il corpus analizzato da Propp si limitava alle fiabe russe ma queste, nella maggior parte dei casi, rientrano nella tipologia internazionale secondo il sistema di classificazione di Aarne-Thompson. Ciò indica che le conclusioni di Propp si possono applicare alle fiabe di altre culture indoeuropee ma non sono valide per i racconti popolari di altre aree culturali, ad esempio quelli degli Indiani dell’America. Pertanto sarebbe errato considerare la sequenza delle 31 funzioni di Propp come un principio generale.


Il folklore come riflesso della cultura

La maggior parte degli studiosi di folklore non si preoccupa di individuare principi generali ma aderisce al relativismo culturale, secondo cui ogni singola cultura costituisce un’entità distinta e incomparabile, dotata di caratteristiche uniche. Per un ricercatore che lavora esclusivamente nel contesto di una singola cultura, è quasi impossibile formulare un’ipotesi transculturale.

La scelta di concentrare l’attenzione su una singola cultura alla volta è dovuta in parte a Franz Boas (1858-1942). Egli riteneva che il folklore fosse il riflesso di una cultura, e poiché era convinto che le culture degli indigeni americani fossero in via di estinzione, si dedicò attivamente alla raccolta del folklore di varie tribù. A suo avviso il folklore è il riflesso di una cultura in via di estinzione o pressoché estinta, di conseguenza esisterebbe un rapporto biunivoco tra folklore e cultura: un determinato tratto presente in una cultura si troverebbe “registrato” nel suo folklore. Boas riuscì a ottenere la preziosa collaborazione di alcuni indigeni istruiti allo scopo di preservare il loro folklore, prevenendo così l’inevitabile distorsione inerente alla ricerca sul campo condotta da osservatori esterni.

Dopo Boas la maggior parte degli antropologi ha continuato a interpretare il folklore in modo letterale piuttosto che simbolico, ossia come riflesso diretto di una data cultura. Nella maggior parte dei casi il mito è l’unico genere preso in considerazione, escludendo tutti gli altri e l’organizzazione sociale costituisce la caratteristica culturale cui si presta primariamente attenzione.


Folklore e psicologia

È evidente che il folklore, in quanto espressione della fantasia, contiene spesso riferimenti a eventi che non si verificano nella realtà di una determinata cultura. Nei racconti popolari che hanno per protagonisti furfanti e ribaldi spesso questi personaggi infrangono tabù di varia natura. Gran parte del folklore ha contenuti fantastici che ricordano quelli dei sogni. Se si accetta l’idea che nel folklore trovino espressione le illusioni si può capire perché eroi ed eroine riescano dove fratelli e sorelle falliscono (una chiara espressione della rivalità tra fratelli). Analogamente, il tema della regina o della matrigna cattiva che cerca di uccidere l’eroina, comune a tante fiabe, può essere interpretato – in base alla teoria freudiana del complesso di Elettra – come un’inversione proiettiva: in realtà è la fanciulla che desidera sbarazzarsi della madre, così come nei racconti con un protagonista maschile, è il giovane che desidera eliminare il padre. Il pensiero tabù è espresso attraverso un’inversione di ruoli in cui è la madre ad aggredire la figlia.

Si potrebbe mettere in discussione la legittimità di considerare la matrigna come un sostituto simbolico della madre biologica dell’eroina. Per rispondere a questa obiezione si può far riferimento alla versione originale della fiaba di Hansel e Gretel, raccolta dai fratelli Grimm, in cui era la madre che decideva di abbandonare i figli nella foresta. I Grimm ritennero troppo snaturato un comportamento simile da parte di una madre e decisero di sostituire il personaggio con quello di una matrigna, convinti che tale crudeltà compiuta da una matrigna sarebbe risultata più accettabile ai lettori.

La maggior parte dei racconti dei fratelli Grimm sono testi compositi, compilazioni sintetiche che mettono insieme pezzi e frammenti di differenti versioni; molti studiosi hanno utilizzato le versioni adulterate dei Grimm come punto di partenza per le loro analisi. È questo uno dei motivi per cui gli studiosi del folklore preferiscono basarsi su testi trasmessi oralmente e raccolti attraverso la ricerca sul campo, piuttosto che su quelli letterari riscritti e quindi alterati.

Sitografia

La ricerca, le scuole, i metodi

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La raccolta del folklore

I primi viaggiatori e collezionisti di testimonianze del passato tendevano a raccogliere il materiale folkloristico per puro interesse personale, senza preoccuparsi di classificarlo o analizzarlo. A seguito della pubblicazione dei due volumi di fiabe dei fratelli Grimm (1812-15), molti si sentirono stimolati a raccogliere il folklore della propria regione o del proprio paese. In genere, il maggiore interesse nei confronti del folklore era associato a un senso di inferiorità regionale o nazionale. I fratelli Grimm, ad esempio, cercarono di dimostrare, attraverso la raccolta del folklore teutonico, che esisteva un patrimonio culturale tedesco degno di essere paragonato alla cultura francese o a quella classica greco-latina.

Non è un caso che alcune delle raccolte folkloristiche più sistematiche siano state effettuate in paesi in cui esisteva un problema di identità nazionale. Il paese che si è maggiormente dedicato alla ricerca folkloristica è forse la Finlandia. Assoggettati in varie epoche al dominio della Russia e della Svezia, i Finlandesi sentivano il bisogno di affermare o dimostrare la propria identità nazionale; così nel 1831 venne formata la Società Letteraria Finnica e cominciò la raccolta del folklore locale.

Due grandi studiosi, autori di fondamentali raccolte di folklore, E. Tang Kristensen (1843-1929) e Giuseppe Pitrè, provenivano uno dallo Jütland e l’altro dalla Sicilia, due regioni guardate con un certo disprezzo dalle rispettive nazioni. Quest’ultimo, fondatore e co-direttore di un’importante pubblicazione sul folklore, l’Archivio per lo studio delle tradizioni popolari (33 volumi, 1880-1906), compilò la prima bibliografia del folklore italiano: Bibliografia delle tradizioni popolari d’Italia (1894). La sua opera più monumentale resta però la Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane (1872-1913), una raccolta del folklore siciliano in 25 volumi con varie sezioni dedicate ai canti popolari, ai racconti, ai proverbi, alle leggende, ai giochi, ai costumi. Pitrè era assolutamente contrario ad alterare il materiale originale infatti il folklore raccolto fu riportato fedelmente in dialetto.

Egli immaginò una nuova disciplina detta demopsicologia: la scienza della vita morale e materiale dei popoli civili e non civili, secondo la quale il folklore sarebbe l’espressione della mentalità animistica e preanimistica che persiste e affiora nelle consuetudini, nelle credenze e nelle cerimonie delle popolazioni dei villaggi, sotto forma di tradizione. Ecco perché, per intendere i principi su cui si fondano o da cui scaturiscono le manifestazioni della vita del volgo, è necessario conoscere le leggi che governano quella mentalità, orientata verso l’animismo e la magia.

La credenza comune tra i primitivi, che l’anima possa separarsi dal corpo, spiega l’enigma del racconto del gigante che tiene il cuore separato dal suo organismo e nascosto; la fede in oggetti che parlano, propria delle genti inferiori, apre l’adito alla comprensione del mito della statua che, attaccata alla prua della nave Argo, favella con voce umana. Quindi i problemi che il folklore presenta sono soprattutto etnografici, e per risolverli occorre sempre fare riferimento alle idee e alle costumanze primitive, che sopravvivono nelle tradizioni volgari.


Gli studi folkloristici sono stati influenzati dalle teorie che erano in auge nel campo della mitologia e della novellistica comparate.

  • La scuola naturista (M. Müller) mirava a rintracciare gli elementi costituenti del mito, il nocciolo dei racconti popolari, proponendo un’interpretazione naturalistica.
  • La scuola indianista (T. Benfey) metteva in evidenza le fonti indiane che, nonostante i molteplici rifacimenti e rimaneggiamenti, sarebbero ancora rintracciabili nelle fiabe, nelle leggende e nelle novelle dei popoli occidentali.
  • Contro queste tendenze si è affermata la scuola antropologica (E. B. Tylor),la quale tendeva a cogliere nella mentalità animistica del primitivo i germi da cui si sarebbero sviluppate le storie meravigliose di demoni e dei, eroi e stregoni e le varie pratiche superstiziose.

Il metodo comparativo

Compiti fondamentali del folklore sono la raccolta e l’esame delle tradizioni popolari, intendendo per tradizione non solo le credenze e le opinioni del popolino, circa i fatti e i fenomeni dell’universo ma anche le consuetudini quotidiane, le cerimonie festive e le manifestazioni estetiche di ogni specie. L’esame è compiuto col metodo comparativo, confrontando più tradizioni per rilevarne, attraverso somiglianze e differenze, i caratteri sostanziali (primitivi) e quelli accessori (secondari).

Ben presto risultò evidente che la maggior parte del folklore non era delimitata dai moderni confini geopolitici. Anche i fratelli Grimm, i quali avevano sperato di presentare un campione di cultura popolare teutonica “pura”, scoprirono che in altri paesi esistevano fiabe molto simili a quelle da loro raccolte. Nelle note alla loro raccolta, essi elogiarono la raccolta di fiabe in dialetto napoletano di Giambattista Basile definendola “la migliore e la più ricca che sia mai stata fatta in qualsiasi paese”. Jacob Grimm, che scrisse l’introduzione alla traduzione tedesca dell’opera di Basile la definì “incontestabilmente l’ultima, straordinaria eco di miti assai antichi, che hanno messo radici in tutta Europa”. Quindi i fratelli Grimm riconobbero l’esistenza delle stesse fiabe in diversi paesi europei, anche se credevano erroneamente che si trattasse di una degenerazione degli antichi miti sacri.


IL METODO COMPARATIVO NON SCIENTIFICO

Uno dei problemi che dovettero affrontare i folkloristi del XIX secolo fu quello di spiegare le similitudini e i parallelismi sussistenti tra popoli diversi, a volte assai distanti tra loro nello spazio e nel tempo. Per quale motivo due popolazioni distinte e prive di contatti avevano gli stessi racconti popolari, le stesse usanze e gli stessi giochi infantili tradizionali?

Tra le varie teorie proposte vi era quella che postulava una struttura psichica unitaria comune a tutta l’umanità. Tutti gli esseri umani, secondo questa teoria, hanno la medesima struttura psichica e attraversano gli stessi stadi di un processo evolutivo unilineare, passando dallo stato selvaggio, alla barbarie e alla civilizzazione. Per spiegare i parallelismi si faceva ricorso all’ipotesi poligenetica, secondo la quale gli stessi racconti popolari sarebbero stati elaborati da diverse culture in modo indipendente e autonomo. Poiché si assumeva che tutte le popolazioni del mondo avessero attraversato gli stessi stadi evolutivi, era legittimo comparare le pratiche popolari europee con le culture dei “selvaggi” dell’Africa o del Nord America. Secondo questa teoria antropologica, la sopravvivenza della cultura rurale-popolare si poteva comprendere solo comparandola con la forma originale, ancora osservabile tra i “selvaggi” dell’epoca moderna.

Sir James George Frazer (1854-1941), nel saggio The scope of social anthropology formulò questa teoria, su cui basava gran parte delle sue ricerche. Mentre l’antropologia sociale consiste nello studio delle “credenze e delle usanze dei selvaggi”, il folklore è lo studio dei “relitti di queste credenze e usanze, sopravvissuti come fossili tra i popoli di cultura superiore”. Frazer definiva il folklore come “sopravvivenze di idee e pratiche più primitive tra popoli che per altri riguardi si sono elevati a un livello superiore di cultura”.

La stessa teoria viene esposta da Andrew Lang (1844-1912) nel saggio The method of folklore. Secondo Lang “esiste un tipo di studio, quello del folklore, che raccoglie e compara le reliquie simili ma immateriali delle antiche razze, le storie e le superstizioni che ancora sopravvivono, nonché le idee che pur presenti nel nostro tempo non appartengono a esso”. Partendo dall’assunto che “nei proverbi, negli indovinelli, nelle fiabe e nelle superstizioni scorgiamo i relitti di uno stadio del pensiero, che va scomparendo in Europa ma continua a esistere in molte parti del mondo”, Lang legittima la sua forma di metodo comparativo illustrandola nei seguenti termini: “Ogni volta che in un qualche paese si incontra un’usanza apparentemente irrazionale e anomala, [occorre] individuare un paese dove esiste una pratica analoga e nel quale essa non può più essere considerata irrazionale e anomala, ma in armonia con le idee e i costumi della popolazione che la ha adottata”. Quindi “il nostro metodo consiste nel comparare le usanze o le consuetudini apparentemente prive di senso delle razze civilizzate con quelle analoghe che esistono tra i popoli non civilizzati, presso i quali conservano ancora il loro significato. Per una comparazione di questo tipo non è necessario che la razza civilizzata e quella non civilizzata siano dello stesso ceppo, né occorre dimostrare che vi sia stato un qualche contatto reciproco. Strutture mentali simili danno luogo a pratiche simili, a prescindere dall’identità di razza o dal mutuo scambio di idee e di consuetudini”.

Nessuno studioso moderno condivide più questa tesi né pratica questa forma di metodo comparativo, tuttavia alcuni continuano a definire il folklore come un relitto o una sopravvivenza del passato.


IL METODO COMPARATIVO SCIENTIFICO

Il metodo comparativo adottato dalla maggior parte dei folkloristi moderni non si basa su un’ipotesi poligenetica. Prevale piuttosto l’idea che una determinata manifestazione del folklore abbia avuto origine in un determinato luogo e in una determinata epoca e si sia poi diffusa tra diversi individui e culture. Questa teoria è detta monogenetica e diffusionista. Il teorico svedese Carl Wilhelm von Sydow (1878-1952) proponeva di distinguere tra quelli che definiva “portatori attivi” e “portatori passivi” di una tradizione. I primi sono gli attori, gli individui che narrano le fiabe o eseguono i canti popolari, mentre i portatori passivi costituiscono il pubblico: essi conoscono i canti e i racconti, ma sono solo spettatori. Secondo von Sydow un racconto o un canto popolare si diffonde solo se un portatore attivo lo trasmette a un altro portatore attivo.

Tale metodo si è ispirato a quello utilizzato per lo studio storico delle lingue indoeuropee da Franz Bopp (1791-1867), che aveva comparato le forme grammaticali del sanscrito a quelle della lingua persiana, greca, latina e tedesca.

Si scoprì che esistevano altre affinità culturali nell’area indoeuropea, tra cui la mitologia. Max Müller (1823-1900) condusse uno studio comparato di diverse mitologie, dimostrando un’affinità tra i nomi degli dei greco-romani e quelli delle divinità vediche. Egli elaborò una nuova teoria del mito, la mitologia solare, secondo la quale il sorgere e il tramontare del sole avrebbero costituito una fonte di incessante meraviglia per l’uomo primitivo, per cui tutti i miti descriverebbero questa quotidiana avventura. Nel XIX secolo vennero formulate altre teorie mitologiche, come la mitologia lunare secondo cui i miti si riferirebbero alle fasi lunari.

Un ulteriore progresso fu dato dal concetto di oicotipo (o forma locale) proposto nel 1927 da von Sydow: nel processo di trasmissione da individuo a individuo e da cultura a cultura, un determinato elemento folkloristico può assumere una forma o un contenuto locali. Ad esempio, di un racconto popolare presente nelle culture romanze o nell’area indoeuropea e semitica può esistere un oicotipo italiano, definito dalle caratteristiche o dai tratti specifici presenti solo nella versione italiana di tale racconto.

Sitografia

L’etimologia

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Folklore


Il concetto di folk

Nella sua accezione più comune esso era sinonimo di “ceto contadino”: il folk veniva considerato un segmento specifico della popolazione, distinto e differenziato dall’élite. Nell’Europa del XIX secolo, folk era quindi lo strato inferiore della società, il vulgus, il populo, gli analfabeti in una società alfabetizzata; folk era inoltre la popolazione rurale contrapposta a quella urbana.

Quindi chi viveva in una società senza scrittura era automaticamente escluso dalla categoria del folk, ad esempio le popolazioni indigene dell’Africa, della Nuova Guinea, gli aborigeni dell’Australia, del Nord America e del Sudamerica. Non si trattava di illetterati in una società alfabetizzata, bensì di popoli senza scrittura, per definire i quali si faceva ricorso a una serie di etichette come “primitivi”, “selvaggi”.

Sin dall’inizio gli studiosi di folklore ebbero un atteggiamento ambivalente nei confronti del folk. Da un lato tendevano a disprezzarlo identificandolo con il ceto rurale illetterato e arretrato; dall’altro lato a esaltarlo in quanto rappresentava le radici nazionali di un popolo. Tale atteggiamento coincise con l’emergere degli Stati nazionali europei. Erano convinti che i contadini o le classi inferiori avessero conservato, come sopravvivenze, i resti e i frammenti della cultura nazionale originaria di un intero popolo.

Per salvare o ricostruire la cultura originaria del loro paese, i fratelli Grimm, Jacob (1785-1863) e Wilhelm (1786-1859), si rivolsero pertanto ai contadini tedeschi, considerati l’unica fonte vivente disponibile. Essi cominciarono la loro raccolta di fiabe popolari nella prima decade del secolo (i due volumi vennero pubblicati nel 1812 e 1815), si basarono su testimonianze attinte dal mondo contadino, mettendo in pratica la massima di J. G. von Herder (1744-1803), secondo la quale l’anima di un popolo è riflessa nei suoi canti popolari.


LA NUOVA DEFINIZIONE

La definizione restrittiva che identificava il folk con il ceto contadino comportava parecchi problemi poiché riteneva che il folklore fosse incompatibile con il contesto urbano. Gli studiosi tuttavia si rendevano conto che nelle città si era sviluppato un folklore non riducibile a un semplice residuo di quello rurale. I bambini delle città praticavano giochi tradizionali, cantavano canzoni tradizionali e recitavano filastrocche tradizionali. Inoltre diverse categorie di lavoratori urbani avevano un proprio linguaggio e un proprio patrimonio di usanze e racconti tradizionali.

Gli studiosi di folklore marxisti sostenevano che nella categoria del folk andavano inclusi sia la popolazione rurale sia il proletariato urbano, ma anche questa definizione era eccessivamente ristretta. Per gli studiosi marxisti il folk si identificava con le classi oppresse o “subalterne” ma anche gli oppressori hanno un proprio folklore, e pertanto sono anch’essi un tipo di folk.

Secondo la nuova definizione affermatasi nel XX secolo folk è qualunque gruppo di individui che presenta un fattore unificante quale la nazionalità, l’appartenenza regionale o etnica, la religione, l’occupazione, ecc. Si può pertanto parlare di folklore nazionale o regionale. Anche gli abitanti di una determinata città o villaggio costituiscono un folk. Si può affermare quindi che ogni villaggio possiede un suo corpus di tradizioni: toponimi, leggende, termini dialettali e specialità culinarie locali.

La nuova definizione consente anche di includere tutti i gruppi di ‘selvaggi’ esclusi dalla precedente. Ogni popolazione africana costituisce un autentico folk con il suo complesso di tradizioni folkloristiche, miti, leggende e fiabe, e lo stesso vale per le tribù indiane del Nord America e del Sudamerica. È chiaro inoltre che un individuo può appartenere a diversi tipi di folk in quanto membro di una famiglia, di un gruppo etnico, religioso, professionale e nazionale. Nel corso della sua vita egli dovrà passare da un codice all’altro, usando il folklore appropriato al gruppo in cui si trova in un dato momento.


Il concetto di lore

La seconda componente del termine, lore (lett. “sapienza”), designa quella serie illimitata di generi che costituiscono il corpus delle tradizioni popolari: miti, epopee, racconti, leggende, canti, proverbi, indovinelli, superstizioni, giochi, danze, medicina, costumi, strumenti ed edifici (fienili, rimesse, ecc.), incantesimi, benedizioni, maledizioni, ricette di cucina, filastrocche, forme dialettali, similitudini, metafore, usanze, gesti.

Esistono probabilmente tre o quattrocento generi differenti di folklore, e molti non sono ancora stati identificati o studiati. Alcuni di questi generi sono più importanti, come i miti, le feste, le epopee; altri possono essere considerati minori, come gli scioglilingua, le formule mnemoniche (per ricordare i colori dell’arcobaleno o l’ordine dei pianeti), gli scongiuri. Inoltre all’interno di un genere possono esservi vari sottogeneri. Nel genere del racconto popolare, ad esempio, possiamo distinguere favole che hanno per protagonisti animali, fiabe, racconti incentrati su formule, su dilemmi (assai diffusi in Africa), su inganni; all’interno del canto popolare distinguiamo la ninnananna dalla ballata, i canti conviviali dai canti funebri e così via.

Per comprendere la natura del folklore occorre distinguerlo da altri due tipi di cultura: la cultura alta e quella di massa. Nella prima rientrano l’arte, la musica e la letteratura di élite di autori famosi, come le opere di Dante, Mozart e Rembrandt. I programmi della maggior parte degli istituti di istruzione superiore occidentali si basano sullo studio di questa cultura. Per cultura di massa si intende quella divulgata dai media come film, programmi televisivi, fumetti, e include generi come la fantascienza, il poliziesco, la soap opera, il western e così via.

La differenza fondamentale tra la cultura di massa e il folklore va individuata in due caratteristiche proprie del folklore: l’esistenza multipla e la variazione. “Esistenza multipla” significa che ogni manifestazione del folklore deve esistere in diversi tempi e in diversi luoghi. Per esempio di un racconto popolare o di una ballata devono esistere almeno due versioni perché si possa parlare di folklore. Poiché inoltre il folklore è trasmesso da persona a persona, quasi inevitabilmente vengono introdotte delle variazioni e di conseguenza non esistono due versioni identiche dello stesso racconto popolare. Ciò significa che non esiste una versione giusta, ma una molteplicità di versioni o testi egualmente legittimi.

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Il terzo articolo

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Il quarto articolo

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Aenean imperdiet. Etiam ultricies nisi vel augue

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Il quinto articolo

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