Folklore


Il concetto di folk

Nella sua accezione più comune esso era sinonimo di “ceto contadino”: il folk veniva considerato un segmento specifico della popolazione, distinto e differenziato dall’élite. Nell’Europa del XIX secolo, folk era quindi lo strato inferiore della società, il vulgus, il populo, gli analfabeti in una società alfabetizzata; folk era inoltre la popolazione rurale contrapposta a quella urbana.

Quindi chi viveva in una società senza scrittura era automaticamente escluso dalla categoria del folk, ad esempio le popolazioni indigene dell’Africa, della Nuova Guinea, gli aborigeni dell’Australia, del Nord America e del Sudamerica. Non si trattava di illetterati in una società alfabetizzata, bensì di popoli senza scrittura, per definire i quali si faceva ricorso a una serie di etichette come “primitivi”, “selvaggi”.

Sin dall’inizio gli studiosi di folklore ebbero un atteggiamento ambivalente nei confronti del folk. Da un lato tendevano a disprezzarlo identificandolo con il ceto rurale illetterato e arretrato; dall’altro lato a esaltarlo in quanto rappresentava le radici nazionali di un popolo. Tale atteggiamento coincise con l’emergere degli Stati nazionali europei. Erano convinti che i contadini o le classi inferiori avessero conservato, come sopravvivenze, i resti e i frammenti della cultura nazionale originaria di un intero popolo.

Per salvare o ricostruire la cultura originaria del loro paese, i fratelli Grimm, Jacob (1785-1863) e Wilhelm (1786-1859), si rivolsero pertanto ai contadini tedeschi, considerati l’unica fonte vivente disponibile. Essi cominciarono la loro raccolta di fiabe popolari nella prima decade del secolo (i due volumi vennero pubblicati nel 1812 e 1815), si basarono su testimonianze attinte dal mondo contadino, mettendo in pratica la massima di J. G. von Herder (1744-1803), secondo la quale l’anima di un popolo è riflessa nei suoi canti popolari.


LA NUOVA DEFINIZIONE

La definizione restrittiva che identificava il folk con il ceto contadino comportava parecchi problemi poiché riteneva che il folklore fosse incompatibile con il contesto urbano. Gli studiosi tuttavia si rendevano conto che nelle città si era sviluppato un folklore non riducibile a un semplice residuo di quello rurale. I bambini delle città praticavano giochi tradizionali, cantavano canzoni tradizionali e recitavano filastrocche tradizionali. Inoltre diverse categorie di lavoratori urbani avevano un proprio linguaggio e un proprio patrimonio di usanze e racconti tradizionali.

Gli studiosi di folklore marxisti sostenevano che nella categoria del folk andavano inclusi sia la popolazione rurale sia il proletariato urbano, ma anche questa definizione era eccessivamente ristretta. Per gli studiosi marxisti il folk si identificava con le classi oppresse o “subalterne” ma anche gli oppressori hanno un proprio folklore, e pertanto sono anch’essi un tipo di folk.

Secondo la nuova definizione affermatasi nel XX secolo folk è qualunque gruppo di individui che presenta un fattore unificante quale la nazionalità, l’appartenenza regionale o etnica, la religione, l’occupazione, ecc. Si può pertanto parlare di folklore nazionale o regionale. Anche gli abitanti di una determinata città o villaggio costituiscono un folk. Si può affermare quindi che ogni villaggio possiede un suo corpus di tradizioni: toponimi, leggende, termini dialettali e specialità culinarie locali.

La nuova definizione consente anche di includere tutti i gruppi di ‘selvaggi’ esclusi dalla precedente. Ogni popolazione africana costituisce un autentico folk con il suo complesso di tradizioni folkloristiche, miti, leggende e fiabe, e lo stesso vale per le tribù indiane del Nord America e del Sudamerica. È chiaro inoltre che un individuo può appartenere a diversi tipi di folk in quanto membro di una famiglia, di un gruppo etnico, religioso, professionale e nazionale. Nel corso della sua vita egli dovrà passare da un codice all’altro, usando il folklore appropriato al gruppo in cui si trova in un dato momento.


Il concetto di lore

La seconda componente del termine, lore (lett. “sapienza”), designa quella serie illimitata di generi che costituiscono il corpus delle tradizioni popolari: miti, epopee, racconti, leggende, canti, proverbi, indovinelli, superstizioni, giochi, danze, medicina, costumi, strumenti ed edifici (fienili, rimesse, ecc.), incantesimi, benedizioni, maledizioni, ricette di cucina, filastrocche, forme dialettali, similitudini, metafore, usanze, gesti.

Esistono probabilmente tre o quattrocento generi differenti di folklore, e molti non sono ancora stati identificati o studiati. Alcuni di questi generi sono più importanti, come i miti, le feste, le epopee; altri possono essere considerati minori, come gli scioglilingua, le formule mnemoniche (per ricordare i colori dell’arcobaleno o l’ordine dei pianeti), gli scongiuri. Inoltre all’interno di un genere possono esservi vari sottogeneri. Nel genere del racconto popolare, ad esempio, possiamo distinguere favole che hanno per protagonisti animali, fiabe, racconti incentrati su formule, su dilemmi (assai diffusi in Africa), su inganni; all’interno del canto popolare distinguiamo la ninnananna dalla ballata, i canti conviviali dai canti funebri e così via.

Per comprendere la natura del folklore occorre distinguerlo da altri due tipi di cultura: la cultura alta e quella di massa. Nella prima rientrano l’arte, la musica e la letteratura di élite di autori famosi, come le opere di Dante, Mozart e Rembrandt. I programmi della maggior parte degli istituti di istruzione superiore occidentali si basano sullo studio di questa cultura. Per cultura di massa si intende quella divulgata dai media come film, programmi televisivi, fumetti, e include generi come la fantascienza, il poliziesco, la soap opera, il western e così via.

La differenza fondamentale tra la cultura di massa e il folklore va individuata in due caratteristiche proprie del folklore: l’esistenza multipla e la variazione. “Esistenza multipla” significa che ogni manifestazione del folklore deve esistere in diversi tempi e in diversi luoghi. Per esempio di un racconto popolare o di una ballata devono esistere almeno due versioni perché si possa parlare di folklore. Poiché inoltre il folklore è trasmesso da persona a persona, quasi inevitabilmente vengono introdotte delle variazioni e di conseguenza non esistono due versioni identiche dello stesso racconto popolare. Ciò significa che non esiste una versione giusta, ma una molteplicità di versioni o testi egualmente legittimi.

Sitografia